Il dottissimo libro non piu stampato delle malscalzie del cauallo del Sig.or Giordano Rusto Calaurese. Doue con bellissimo ordine da conto di conoscere tutte le cose pertinenti al cauallo, ... Di piy, vi s'e aggionto vn Trattato di Alberto Magno dell'iste


Ruffo, Giordano



Scheda bibliografica e localizzazioni delle copie cartacee

Note e approfondimenti

Giordano Ruffo (ma anche, in dialetto siciliano, Jurdanu Ruffu, o anche Jourdain Ruf, o Risso o Rusto, nei vari manoscritti) fu alto giustiziere - come ha fatto notare il Signorelli fu appunto testimone in qualità di alto giustiziere, all'atto del testamento dell'Imperatore - cavaliere e gran scudiero, "marescallus major", di nobili natali - secondo il Molin e l'Ercolani, e non plebeo come ritenne Moulé - nonchè amico e commensale di Federico II. Ruffo scrisse attorno al 1240, secondo il Tiraboschi, l'abate De Angelis e il prof. Vannucci, o attorno al 1250, secondo Molin, il De medicina equorum, o Libro della marescialleria, non senza l'aiuto e l'incitamento dell'Imperatore, come vien detto nell'introduzione stessa. In quest'opera diede prova di uno spirito critico notevole e non tenne in conto le numerose superstizioni dell'epoca, nè derivò le sue osservazioni dai Bizantini. Fin da giovane, del resto si dedicò alla cura e all'addestramento dei cavalli. Scrisse principalmente basandosi sulle sue personali esperienze, tenendo presente un'utenza molto specifica: i maniscalchi delle scuderie imperiali. Le sue osservazioni sul cimurro, i reumatismi, le malattie degli arti, le complicazioni congenite sono tuttora interessanti. L'Ercolani ci fa notare che, laddove nei codici del Ruffo si incontrano pratiche magiche o superstiziose, si tratta di aggiunte apportate dai traduttori. Tuttavia l'Ercolani, e in seguito anche Eichbaum e Moulé, si sbagliano affermando che Ruffo ignorò i greci: Heusinger (Recherches de pathologie comparée, 1853) confutò la suddetta tesi. Infatti, visto che Federico si diede un gran daffare a far tradurre testi scientifici greci ed arabi in latino ed in siciliano: è perciò molto probabile che Ruffo li conoscesse. Può darsi che Ruffo avesse a disposizione solo traduzioni frammentarie, visto che non era a conoscenza della parte dell' Hippiatrica riguardante le malattie intestinali. L'opera è divisa in 6 parti: De creatione et nativitate equi, De domatione et captione eius, De custodia et doctrina, De cognitione pulchritudinis corporis, De infirmitatibus, De mediciniis ac remediis. Laddove tratta delle malattie del cavallo Ruffo preferisce occuparsi perlopiù di malattie da lui stesso osservate, trascurando quelle già ben note agli ippiatri dell'epoca e per alcuni morbi si mostrò abile osservatore e dispensatore di validi e importanti dettami per la cura, come per l'allevamento, l'addomesticamento, le cure d'addestramento... Il manoscritto originale fu reso pubblico solo nel 1818 dal Molin, professore di veterinaria a Padova. Molin ne scrisse anche un'introduzione di 63 pagine, facendo la storia del manoscritto e delle sue varie traduzioni. Infatti presto l'opera di Ruffo fu stampata in latino, in italiano e addirittura in siciliano, tanto che non si sapeva dire esattamente in quale lingua Ruffo l'avesse scritta. L'ipotesi più plausibile resta comunque quella del latino, data l'appartenenza ad un ambiente culturalmente raffinato, come quello federiciano, dove il rigoroso clima scientifico sicuramente primeggiava su quello popolare ed empirico. Fu tradotta anche in francese, tedesco ed ebraico. Nonostante tutto questo interesse e diffusione, l'opera di Ruffo non esercitò alcuna influenza sulla produzione letteraria dell' epoca: nel 1200, gli autori, per lo più chierici, preferivano attingere dagli antichi. Tra i tanti codici e le edizioni dell'opera del Ruffo circolanti in Italia, l'Ercolani dà maggior credito al codice che, come detto più sopra, Girolamo Molin mandò alle stampe a Padova nel 1818. Per chi fosse interessato a raccogliere notizie bibliografiche sui codici del Ruffo circolanti oltr'Alpe, segnaliamo, ancora, l'Heusinger. Ricordiamo infine: Della domatione del poledro, del suo amaistramento, della confirmatione della sanità del cauallo ... da incerto philosopho antichamente scritta ... nuouamente perciò venuta nelle mani del Biondo, da lui tradutta in lingua materna, et data in luce, (Venezia, 1549, in 8°).



Crediti

La scansione è tratta dagli esemplari conservati presso la Biblioteca Centralizzata di Medicina Veterinaria "G.B. Ercolani" della Facoltà di Medicina Veterinaria dell'Università di Bologna.
Il progetto scientifico è stato realizzato dalla Prof.ssa Alba Veggetti Direttrice della Biblioteca Centralizzata di Medicina Veterinaria "G.B. Ercolani".
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La digitalizzazione dell'opera è stata realizzata dal CIB - Centro Interbibliotecario dell'Università di Bologna.